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Words, words, mere words or how the English language took over my life (Part 2)

Now that the sappy part of this essay is for the most part over, apologies for my sentimental outpourings, I would like to move on. From the rather unfortunate circumstances that English found me in, to where we are today.

With not much more to do through my formative years than watching Doctor Who, Sherlock and Downtown Abbey while imitating the oh-so-charming accents I heard in these programmes, I would accumulate a rather large vocabulary, as well as a British accent. These days, when people hear me speak, in a classroom setting or elsewhere, they usually assume that my accent stems from a year abroad. And I won’t hide the fact that it does inflate my ego just a little bit every time I get to correct them and say that I am in truth self-taught (I leave out the traumatic abandonment part of the story most of the time; it simply doesn’t have as nice a ring to it, and, in my experience, tends to drag the mood down quite a bit).

The first time I did visit an English-speaking country was after secondary school. It had been my wish to visit London for years, and so finally at the age of fifteen, I travelled there by myself (a decision that my mother was surprisingly on board with). There had always been something about the city that had drawn me to it, and the night I arrived, it took no more than a single sighting of the city lights reflecting in the pitch-black Thames water for me to completely fall in love. I really believe that on that trip I left a piece of my soul in the night sky over London.

Since then I’ve visited the city three more times and still it never fails to take my breath away. So weirdly familiar, like I had always been there, or maybe meant to be there – it’s a sense of home that doesn’t need a domicile to feel real. All this accompanied by the fact that not standing out as a tourist, at least in my mind, and being able to stroll around and pretend to belong there just gives me the greatest feeling of accomplishment.

While in London with my mum last year, she let me handle all the talking (as well as the navigation on the underground, one of my guilty pleasures when in the city. What a joy it is to know which way you’re going.). She was fascinated by me chatting with a member of staff at the Camden Market tube station, mostly, she told me afterwards, because I kept using ‘slang’ or simply colloquial language (I suspect she meant I had developed a bit of a habit of using the greeting ‘hiya’ ever since I had briefly visited Huddersfield the year before). The pride in my mother’s eyes at seeing, or rather hearing, her daughter confidently communicate in a foreign language was not only the greatest reward for my efforts thus far, but also the best motivation to keep pushing myself to be better and to hopefully one day complete the perfection of my English.

Having received a certain certificate from some supposedly smart people better qualified to judge my abilities than me which says, black ink on white paper, that I am already a level C2 when it comes to English, both written and spoken, also boosts my confidence that my goal is really achievable in my life time.  English is a huge part of my life. From writing my first poetry in sixth grade to unironically reading Shakespeare plays today, it has given me more than could ever fit on two pages. It may be words, words, mere words to some, but for me it’s a matter from the heart.

Author and picture: Lea Meerkamp

Lasciatemi cantare con la chitarra in mano, lasciatemi cantare, sono un italiano vero?

Identità: Il complesso dei dati personali caratteristici e fondamentali che consentono l’individuazione o garantiscono l’autenticità, specialmente dal punto di vista anagrafico o burocratico. Siamo davvero soltanto quello che un libro anagrafico dice di noi?

 Polisemia identitaria   

 In realtà, il concetto di “identità” muta profondamente, a seconda che lo si adoperi all’interno di un discorso matematico, filosofico o sociologico. Quindi, la prima cosa da fare quando se ne parla, è considerare in quale ambito se ne stia parlando, per quali fini, e quindi con quali significati. In ambito matematico l’identità evidenzia per definizione ‘’L’uguaglianza fra due espressioni nelle quali intervengano una o più variabili’’ ma, a prescindere da ciò, sia in ambito filosofico che sociologico, il concetto di identità indica una caratteristica, o un elemento, o un’idea che renda distinguibile un individuo da tutti gli altri. Caratteristiche, elementi e idee che filosoficamente non ammettono sfumature, e indicano una qualità, o un insieme di qualità, che non consentono ambiguità, e tanto meno confusioni.Sociologicamente invece, essi non rimangono fissi, ma evolvono sia rispetto alla crescita dell’individuo, dall’infanzia alla vecchiaia, sia per effetto dei cambiamenti che si verificano a livello sociale, dato che ciascun individuo è inserito in una società e ne viene influenzato. Perciò sarebbe lecito affermare sia che l’identità di un individuo, o di un gruppo, o di una comunità, sono qualcosa di permanente e di non negoziabile, che non ammette alterazioni, in quanto o si è se stessi, o non si è, sia quanti sostengono che, al contrario, l’individuo, i gruppi e le comunità, pur avendo coscienza di sé, modificano lentamente e necessariamente tale coscienza nel corso dei processi storici, sociali, culturali, economici e linguistici.

Uno, nessuno e centomila

 Ma possono la matematica, la filosofia o la sociologia farci capire chi siamo realmente?

Probabilmente no. Sicuramente no, ma di certo la ricerca della propria identità accompagna tutti noi attraverso un cammino lungo e tortuoso, un cammino da seguire per tutta la vita, pieno di domande e quasi mai di risposte certe.

Siamo il paese dove siamo nati? La lingua che parliamo? La cultura a cui apparteniamo? Sono le nostre idee a definire la nostra identità? Oppure siamo uno, nessuno e centomilacome affermava Pirandello? Chi può dirlo? Sono domande che ognuno di noi si è posto almeno una volta nella vita arrivando quasi sempre a pensare che forse Pirandello aveva ragione. Almeno nel mio caso è stato così. Cambiare paese, cambiare città, parlare un’altra lingua per inseguire un sogno infatti mi ha portato molte volte a riflettere su chi io sia realmente, e soprattutto a cercare di capire se avere lasciato la mia patria abbia fatto di me un nessuno, un italiano un po’ meno italiano insomma, perché è lì che sono nato, cresciuto e diventato quel che sono oggi. Beh, di certo questo cambiamento radicale mi ha reso più centomila che nessuno. Perché? Perché la mia identità, come quella di ognuno di noi, non è solo il mio paese, la mia cultura o la mia lingua, quello è solo il punto di partenza. Avere arricchito il mio bagaglio culturale di nuove esperienze, di nuovi punti di vista e di nuove idee non ha fatto altro che incrementare il mio essere, in continua evoluzione, facendomi rimanere sempre e comunque uno, me stesso con le mie radici appresso. Un me stesso con nuove esperienze da raccontare, in più di una lingua ormai, in perenne ritardo e con quell’insaziabile voglia di pizza da colmare. Alla fine sono italiano, no?

Si, essere uno, nessuno e centomila non è poi così male e credo che sia questa la definizione di identità più realistica che si possa dare. Identità è essere tutti diversi, ognuno con le proprie radici, la propria cultura e il proprio bagaglio di esperienze, ognuno uno, ognuno nessuno e ognuno centomilaa seconda della situazione, a seconda di ciò che si decide di essere, perché in fin dei conti siamo a noi a noi decidere chi siamo e come siamo. Nessun libro o vocabolario può spiegare chi siamo. Perché siamo ciò che viviamo e ciò che scegliamo di essere. In quanto a me, lasciatemi cantare con la chitarra in mano, lasciatemi cantare, sono un italiano, un italiano vero. E sento nel profondamente di esserlo ovunque io sia.

Text & picture: Giuseppe Mattia Lombardi